Recensione Quel che affidiamo al vento


Copertina Quel che affidiamo al vento

Titolo: Quel che affidiamo al vento

Autrice: Laura Imai Messina

Casa editrice: Piemme

Prezzo: 17.50

Pagine: 242

Prima uscita: 2020

Voto: 4.5 ★







Buongiorno caffeinomani!

O forse buon pomeriggio, chi può dirlo.

Qui Giulia per parlarvi di uno dei libri letti ad inizio anno: Quel che affidiamo al vento di Laura Imai Messina, un libro delicato e allo stesso tempo molto, molto doloroso. Era nella mia TBR da davvero tanto tempo, ma in un modo o nell'altro non mi sembrava mai il momento giusto per leggerlo, fino a gennaio, quando finalmente l'ho iniziato e finito in pochi giorni.

Non so perché ho aspettato tanto a parlarvene, ma questo è davvero il momento giusto, quindi non perdiamo altro tempo e andiamo subito al sodo. Scorrete per sapere tutto ciò che penso di questo bellissimo libro.


Sinossi


Sul fianco scosceso di Kujira-yama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia. In mezzo è installata una cabina, al cui interno riposa un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, che alzano la cornetta per parlare con chi è nell'aldilà. Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua vita. Si chiama Yui, ha trent'anni e una data separa quella che era da quella che è: 11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami spazzò via il paese in cui abitava, inghiottì la madre e la figlia, le sottrasse la gioia di essere al mondo. Venuta per caso a conoscenza di quel luogo surreale, Yui va a visitarlo e a Bell Gardia incontra Takeshi, un medico che vive a Tokyo e ha una bimba di quattro anni, muta dal giorno in cui è morta la madre. Per rimarginare la vita serve coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto prudente di sé. E ora che quel luogo prezioso rischia di esserle portato via dall'uragano, Yui decide di affrontare il vento, quello che scuote la terra così come quello che solleva le voci di chi non c'è più. E poi? E poi Yui lo avrebbe presto scoperto. Che è un vero miracolo l'amore. Anche il secondo, anche quello che arriva per sbaglio. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene. Laura Imai Messina ci conduce in un luogo realmente esistente nel nord-est del Giappone, toccando con delicatezza la tragedia dello tsunami del 2011, e consegnandoci un mondo fragile ma denso di speranza, una storia di resilienza la cui più grande magia risiede nella realtà.



 


Personaggi e ambientazione


Parlerò poco di questi due aspetti, in fondo il Giappone è una terra sì magica, ma che esiste davvero e Quel che affidiamo al vento non si presenta come un fantasy, anzi, tutt'altro. Quindi sì, ci troviamo in Giappone, a Tokyo, ma non voglio parlare di questa città. Voglio parlarvi della Cabina del vento, di Bell Gardia. In realtà questo luogo esiste davvero, anche se potrebbe sembrare uscito direttamente da un libro di racconti ed è un luogo in cui le persone vanno a parlare con i loro cari, la loro voce è portata dal vento in un luogo sconosciuto. E' un'opportunità. Devo ammettere che io per prima vorrei un luogo così, in cui le parole che dedico a chi ho perso vengono trasportate chissà dove.


Yui, la protagonista, è una giovane donna un po'particolare, descritta fin da subito con questi capelli metà biondi e metà neri. Aveva semplicemente deciso di lasciarli crescere così, senza tingerli più. Yui è una donna distrutta dal dolore, dalla perdita di una figlia e della madre nel tragico tsunami del 2011, devo ammettere che pur essendo piccola alcune immagini di quel terribile evento sono ancora ben impresse nella mia mente. Eppure Yui è anche una donna che non si è lasciata paralizzare completamente dalla perdita, ha continuato a lavorare e a vivere, in qualche modo. Quando viene a scoprire di Bell Gardia decide anche di prendersi cura di quel luogo, fino quasi a sacrificare sé stessa per salvaguardarlo dal terribile uragano. Anche se per molto tempo si limiterà a guardare coloro che parlano con i loro cari dall'esterno, a lungo non vorrà parlare con sua madre e la piccola bambina.

Takeshi, il dottore vedovo con una bambina a carico. Anche lui disperato, anche lui solo. Forse era esattamente ciò che serviva a Yui, forse il destino li ha fatti incontrare a Bell Gardia lo stesso giorno allo stesso orario. E forse, ma dico forse, ha fatto in modo che i loro sentimenti nascessero piano piano, ma che riuscissero comunque a superare tutto il dolore che provavano. Takeshi vive per la figlia, muta da qualche anno per sua stessa scelta. Anche la bambina ha vissuto un lutto forte perdendo la madre, da quel giorno non ha più proferito parola, le ci vorrà del tempo per superare tutto. Ma si sa, i bambini sono forti e possono sopportare tanto.



 



Il lutto. Il vero protagonista


Leggendo questo libro mi sono resa presto conto che Yui, Takeshi e gli altri personaggi che ruotano loro attorno hanno tutti una cosa in comune: il lutto. Altrimenti non sarebbero a Bell Gardia, no?

Ebbene, in questo periodo sto leggendo molti libri che riguardano la morte (e non per mia scelta, spesso non me ne rendo nemmeno conto). Però nessuno ha trattato il lutto con la stessa delicatezza di Laura Imei Messina, con dolcezza e un tatto mai visto. Avevo bisogno di un libro così. Yui è in lutto, Takeshi è in lutto, tutti coloro che incontrano hanno perso qualcuno, in un modo o nell'altro e tutti stanno cercando di venire a patti con la realtà dei fatti. Il bello di questo libro non è tanto la trama o la storia d'amore. Il bello è come il lutto viene declinato, come viene raccontato il dolore di queste persone, ma anche il processo di lenta guarigione, un cammino lento e sofferto che li porterà ad avere delle cicatrici per tutta la vita. Ma le cicatrici sono sicuramente meglio delle ferite aperte.

In qualche modo mi sono rivista in tutti loro, perché non importa quanti anni abbiamo, tutti abbiamo perso qualcuno e tutti ci meritiamo di guarire. Ecco, con questo libro si può fare.



 



Stile


Lo stile dell'autrice è diretto, semplice e senza giri di parole. Probabilmente non è nel suo interesse raccontare ciò che circonda i protagonisti o ciò che fanno in ogni singolo momento della loro giornata. E meglio così oserei dire.

In poco più di 200 pagine riesce a raccontare tutto quello che deve, non ha bisogno di dilungarsi troppo e l'ho apprezzato davvero tantissimo.



 


Conclusione


E quindi perché non do 5 stelle? Perché mi ha fatto male. Molto semplicemente, è un libro che non va letto se si hanno delle ferite aperte o in via di guarigione. Mi ha aiutato molto, assolutamente, ma mi ha anche distrutta emotivamente. Forse anche per questo ci ho messo tanto a parlarvene. Per chi invece ha voglia di conoscere una visione del lutto diversa, un posto magico in cui recarsi a parlare con il vento, ma anche solo per passare il tempo in compagnia di Yui e Takeshi.

Non ve ne pentirete, promesso.


Detto questo, vi ricordo che potete trovare tutte le nostre recensioni qui e non dimenticatevi di seguirci su Instagram!






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